anguille

Sono una di quelle persone che quando va al ristorante ordina sempre la stessa cosa. Nonostante questo analizzo ogni singolo piatto del menù alla ricerca di qualcosa che mi faccia venire voglia di cambiare. Ma puntualmente dopo mezz’ora di lettura e analisi, torno sui mie passi e ordino la stessa pietanza di sempre.

Quando sei all’estero, questo non puoi farlo, anzitutto perchè non conosci nulla di quello che dovresti ordinare, in secondo luogo perchè i camerieri (almeno nei ristoranti che frequento io) sono iper apprensivi – peggio di tua nonna nel chiederti se hai mangiato – e ti chiedono ogni 30 secondi se sei pronto per ordinare (sia mai che muori di fame dinanzi a loro). Questo mi mette un’ansia esagerata così dopo aver dato una rapida scorsa al menù cerco di carpire al volo quei piatti che, non solo non mi uccidano (essendo all’allergica al 70% degli alimenti), ma siano anche commestibili e possibilmente non composti dal 100% di grassi (chiedo troppo, vero?).

La stessa cosa mi è successa la settimana scorsa, nel mio primo ristorante giapponese a Media (Pennsylvania). Con il fiato del cameriere sul collo ordino del sushi, convinta di essermi avvicinata il più possibile a quello che mangio solitamente. Dopo poco il cameriere torna con il mio piatto dall’aspetto insolito, ma non pessimo. Mando giù quei 5 pezzi di sushi con la stessa grazia di un muratore. Il sapore non c’entrava assolutamente nulla con quello a cui ero abituata, ma dopo una giornata passata a camminare volevo solo mangiare ed infilarmi in auto per tornare a casa.

Uscita dal ristorante la mia mente era ancora focalizzata sul menù, su quello strano sapore e quella parola di cui non avevo carpito il significato “EEL”.

Solo dopo averla tradotta con Google Translate mi sono resa conto della mia idozia e di cosa avevo mangiato in realtà.

anguille

ANGUILLE. Io avevo mangiato delle anguille.

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