la dogana

L’America per noi italiani è da sempre la terra delle opportunità, un mondo libero fatto di meritocrazia dove si incontrano persone di tutti i colori provenienti da ogni parte del mondo. Ma cosa accade quando un italiano coi capelli colorati, i piercing e una lunga serie di tattoo decide di varcare la soglia di questo mondo fantastico?

Io l’ho scoperto in aeroporto, a Roma, quando ho sentito il mio nome all’altoparlante.
Imbarco prioritario? Macché… perquisizione obbligatoria 😅  una passeggiata dato che non avevo nulla da nascondere e parlavo la stessa lingua.

Atterrata a Philadelphia, invece, ho capito cosa vuol dire essere “immigrato” (con le dovute virgolette in quanto so bene di appartenere a quella parte del mondo cosiddetta “privilegiata”). Squadrata dall’alto in basso, sono stata immediatamente accompagnata in quella che per me resterà sempre “la stanza della tortura”. Stanza dove a nulla sono valsi i miei “Sorry, I don’t understand. Speaks slowly please”.
Avrei voluto farmi piccola piccola e sparire. Non credo di essermi mai sentita tanto vulnerabile in vita mia. Dentro di me la gioia ha lasciato presto il posto ad una lunga serie di bestemmie, verso il mio paese (che ha ucciso un’intera generazione, quella degli anni ‘80) e verso i miei connazionali che non hanno la più pallida idea di cosa voglia dire dover lasciare la propria terra, le proprie radici, in cerca di una vita migliore, ma che sono bravissimi ad esprimere i propri giudizi sui Social.

Un consiglio, pensateci bene prima di vomitare merda sugli altri, chiunque essi siano.

Il prossimo immigrato potresti essere tu.

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